Innestatore in valle Belbo

 

Innestare è un’arte. Anche un lavoro difficile e faticoso. Luigi per oltre 50 anni ha innestato barbatelle di vite e altre piante. Percorrendo i vigneti di Mango, di Cossano Belbo, di Valdivillla e di tanti altri paesi.

Manualità di altri tempi, ambizione per il proprio lavoro. Garanzie indispensabili per garantire un milione di tagli perfetti e di saldature riuscite.

 Cossano Belbo – 1925

Luigi è curioso.

Per natura, sin dalla prima età.

È nato otto anni fa, a Cossano Belbo, in frazione Costa, pochi chilometri in basso scorre il torrente Belbo.

Suo padre, nel 1890, dopo aver sposato una ragazza di Castino, aveva acquistato la cascina da una famiglia ebrea, ebbe quattro figlie e un figlio.

Luigi a sei anni è andato a scuola alla frazione Rovere di Cossano, ma solo per le prime classi, le elementari dovette terminarle a Cossano Belbo.

A Rovere c’erano pochi ragazzi e una sola maestra.

Luigi ha sempre dimostrato interesse per tutto, faceva domande e cercava di capire le risposte.

Osservava con attenzione suo padre mentre piegava i tralci di vite sotto la terra per farli uscire un metro più in basso.

Riproduciamo la vite, diceva, si chiama “propaggine”.

Guardava le squadre di potatori nei freddi mesi invernali.

Piegati sulle viti per tagliare.

Suo padre diceva che il taglio era importante ed era mai eguale da una vite all’altra, occorreva valutare con attenzione vigoria, ceppo, tralci.

A sei anni andava “a scarsure “, un lavoro semplice, riconosceva subito i piccoli tralci inutili o dannosi.

Luigi qualche volta scendeva in Belbo.

C’era un posto dove l’acqua era alta e calma, in estate era facile trovare dei ragazzi di Cossano  mentre facevano   il  bagno.

Qualche volta facevano anche delle piccole dighe con delle pietre per prendere qualche Vairone.

Luigi ogni tanto risaliva la collina, verso le Terre Bianche, gli piacevano i grandi spazi, al bricco di Avene, non lontano da Mango, per ore ammirava l’imponente panorama verso la pianura sino ad Asti e Alessandria.

Andava sino al pilone del Chiarle dopo Mango, si fermava sempre a vedere l’effige della Madonna, li confluivano sette strade, qualche volta proseguiva per la Serra dei Pini, oppure si spingeva sino alla chiesa di Montemarino.

Oppure andava semplicemente per vigne, ma nei posti migliori, dove si raccoglievano moscato eccezionale, i migliori sorì di Cossano: Rovere, Chiola, San Bovo, San Pietro, Casa di Ton.

Qualcuno aveva ancora il vigneto ” alla monferrina”: Vite allevata bassa con tutori di legno, una specie di “ topia” molto vicino alla terra, “perchè il calore arriva dalla terra “ dicevano gli anziani.

Luigi un giorno vide un vecchio contadino inginocchiato con un piccolo coltello.

Tagliava dei tralci di vite facendo piccoli cunei, poi infilava questi tralci in altre viti.

Un lavoro di precisione, Luigi si era avvicinato, era affascinato dal modo in cui lavorava l’anziano.

Si fermò, inizio a chiedere.

Il vecchio, dalle mani consumate e dal viso pieno di rughe, dapprima sorrise, poi inizio a raccontare.

Cossano Belbo – 1937

Luigi è diventato innestatore, è la sua attività principale.

Lavora anche in cascina, hanno sei giornate di vigna, del grano e qualche prato.

Per molti anni ha osservato con attenzione gli innestatori all’opera, ha domandato e cercato di capire, ormai conosce quasi tutto dell’arte dell’innesto.

Curioso per natura, ha iniziato per gioco a tagliare i primi rami, con un coltello preso in cucina a sua madre.

Ricorda la prima volta che un innesto ha attecchito, era un pero, riuscì alla perfezione.

Luigi aveva solo sedici anni.

Poi i primi lavori in cascina con le barbatelle di viti.

Agli inizi alcuni innesti fallivano, Luigi aveva capito che era un lavoro molto faticoso e di alta precisione.

Un giorno porto’ i suoi innesti a Castino, cercò il migliore innestatore di Langa.

“Hai la mano ferma e sai ragionare” disse l’anziano contadino, “ricorda ogni innesto è diverso dall’altro, ma ci sai fare, bravo “.

Da quel giorno si era specializzato.

Oggi innesta molta frutta: pere, mele, pesche, albicocche e altro.

L’interesse maggiore è per le viti, vanno innestate da, quando è arrivata dall’America la Fillossera.

Si chiamano viti americane quelle che resistono al parassita, hanno nomi diversi, ma tutti le chiamano “le Rupestris “, in quanto sono le più diffuse.

Le vendono i vivaisti, a Canelli e ad Asti, dopo un anno che sono a dimora vanno innestate.

Ben si adattano a terreni diversi, comunque collinari e dirupati, da qui il nome “Rupestris”.

Luigi ha sentito che la filossera è arrivata prima in Francia e poi in Italia nel secolo scorso.

È un minuscolo, quasi invisibile insetto che si riproduce velocemente e attacca tutti i vigneti.

La prima volta che Luigi ha visto un vigneto distrutto è rimasto molto impressionato.

Era a Costigliole d’Asti.

Una vigna secca a macchia d’olio.

Il parassita colpisce la radice, poco alla volta la vite muore; all’inizio non si trovarono rimedi, quante proposte e illusioni.

A proposito della Fillossera, si racconta questa storia: nel 1925, in una vigneto  a Costigliole d’Asti,vennero dei tecnici francesi, per vedere se effettivamente era presente  l’afide.

In quegli anni la Fillossera si diffondeva nell’astigiano e alessandrino, ma non era ancora arrivata nel cuneese.

I tecnici scavarono in profondità, misero a nudo le viti di barbera, non trovarono nulla.

Dopo un anno le prime viti morte nel vigneto, proprio in corrispondenza dello scavo, poi la diffusione rapida.

In molti dissero che l’afide l’avevano messo apposta i francesi.

Cossano Belbo – 1938

Luigi è andato alla fiera di Cravanzana, la più importante di tutta l’alta Langa, vuole acquistare un coltello per innestare.

E’ un pomeriggio di agosto, fa molto caldo, sul prato davanti al paese, le bancarelle sono piene di molte suppellettili, c’ è molta animazione, gruppi di contadini giunti da tutti i paesi di Langa, ma anche dal Roero e dal Monferrato, guardano, chiedono, commentano.

Ogni tanto qualcuno ha il portafoglio in mano, contratta discute e poi acquista.

In un appositi recinti ci sono pastori di Ceretto con alcuni esemplari di  pecore.

Luigi gira dappertutto, guarda, saluta un gruppo di amici di Santo Stefano Belbo, si ferma davanti ad alcune bancarelle di ferramenta.

Sono commercianti di Nizza Monferrato.

Chiede un coltello per innestare.

Gliene fanno vedere uno: è bellissimo, il manico in corno di bue color bianco – azzurrino, sembra madreperla, la lama dal profilo piano è del miglior acciaio svedese, è dritta con al fondo un’  apposita appendice per  divaricare la corteccia  negli  innesti  a  gemma.

“È il migliore in assoluto “ dice il venditore, “è il modello Kunde. “

Taglierà perfettamente e durerà tutta la vita.

Luigi guarda il coltello, gli piace, immagina tralci di vite nelle sue mani, tagli perfetti, l’odore del legno giovane, il colore della corteccia e del canale midollare.

Ha deciso, lo acquista, sarà il suo strumento di lavoro.

Lo stesso giorno in cascina lo affila per la prima volta, ha imparato anni fa, un’operazione delicata e importantissima.

Utilizza una pietra di ardesia nera, con la grana finissima, l’ha acquistata in un emporio di Canelli.

Prima aggiunge una goccia di olio oliva, la sparge e compie molti movimenti lenti e rotatori.

Il coltello è pronto, ora lo passa con movimenti decisi sul passante, è  cuoio vecchio, spesso usato per le cinghie.

Un attrezzo costruito in cascina due anni fa, è regolabile ed ha il manico di legno.

Quando ha terminato compie l’ultimo gesto, il più importante.

La lama è affilatissima e ben pulita, Luigi l’osserva per l’ultima volta, stende il braccio sinistro, con calma passa il coltello una solo volta, dal basso verso l’alto.

La lama tagliente sfiora la pelle, i peli del braccio debbono essere troncati di netto.

È la prova decisiva.

Il coltello è affilato, è pronto per tagliate molte le viti.

Valdivilla – 1939

Le marze sono stese sul terreno raccolte in mazzi, Luigi le osserva, verifica su  qualcuna il numero di gemme, aggiunge soltanto  “vanno bene”.

E’ arrivato, con i suoi tre aiutanti, a Valdivilla, una frazione di Santo Stefano Belbo.

Alla cascina Bruciata devono innestare tre giornate di viti americane, sono tutte Teleki.

Vogliono una vigna di moscato, la scelta è obbligata, è un sorì di primo livello.

“Brucia nel sole” si direbbe, è un “bricco “ in prevalente posizione sud- sud –ovest.

Scambia due parole con i proprietari della vigna: “Avete gia innestato tre anni fa nell’altra vigna verso San Carlo”.

“Ricordo” fa Luigi.

“Sono attecchite tutte” dicono.

“Garantisco almeno il 95%, solo se piove ho problemi, mi fa paura l’umidità, peggio se un po’ di terra si infila nel legno, è molto pericoloso “.

Iniziano il lavoro.

Davanti un aiutante, con una piccola zappa scalza le viti e mette a nudo i tralci di Teleki.

Luigi innesta, fa soltanto quello, un lavoro a rischio.

Un altro aiutante lega l’innesto con un filo di rafia, infine l’ultimo uomo impala le viti con delle canne.

Luigi con l’occhio attento sceglie il tralcio della barbatella, poi procede ai due tagli.

Uno è netto orizzontale per troncare il tralcio prescelto, segue subito un altro taglio verticale.

La lama affonda circa cinque centimetri.

Luigi prende poi la marza di moscato, due tagli in obliquo per fare un cuneo.

E’ l’innesto a spacco semplice ovvero l’incastro della marza nel Teleki, è quello che Luigi preferisce su selvatici di un anno.

Ma ha innestato viti di tre cinque e anche dieci anni.

Spesso per cambiare qualità dell’uva.

Sono sempre in gioco la sua abilità, la sua professionalità, la riuscita dell’innesto.

Il diametro della marza è più piccolo in genere, ma debbono combaciare le due cortecce, garantiranno un “punto di innesto“.

“Nessun scalino esterno” hanno sempre detto i vecchi.

Luigi lavora in ginocchio tutto il giorno.

Innestare è faticoso, occorre il controllo totale della mano, del taglio, mai essere distratti, valutare attentamente con l’occhio esperto il selvatico e la marza, quindi scegliere, tagliare, unire e infine controllare.

Il tutto in pochissimi minuti e facendo attenzione a tutto.

Poi arriva chi lega, Luigi è alle prese con un’altra vite.

Cosi per trecento, anche quattrocento volte il giorno.

Lavorando “da sole a sole” come si è sempre fatto per i lavori di campagna.

  Barcellonette – Francia – 1943

Fa freddo, ti senti gelare dappertutto e non puoi far nulla.

Guai se ti muovi.

Da tre ore Luigi è nascosto nell’acqua tra gli arbusti del torrente Tinèe.

Con lui ci sono due compagni d’arme, venivano da Roma.

Devono stare immobili, non farsi vedere dai militari tedeschi, dall’altro ieri cercano soltanto soldati italiani sbandati e in fuga a seguito dell’armistizio con gli americani.

Luigi da mesi era accampato a Barcellonette, con le truppe di occupazione della quarta armata.

Improvvisamente, il mattino del 9 settembre, dopo il proclama di Badoglio alla radio della sera precedente, il caos piu’completo.

Scappare è la parola d’ordine, vale per tutti: truppa, ufficiali, alti comandi.

Luigi impiega quattro giorni per arrivare a Cosssano Belbo, è accolto dalla famiglia, ma la situazione, per gli ex soldati, è molta complessa, occorre scegliere.

Va nei partigiani di Poli, proprio a Cossano Belbo, ufficiali del regio esercito organizzano le prime formazioni.

Luigi combatterà con le formazioni autonome, quelle del fazzoletto azzurro al collo, sino alla fine della guerra.

Spesso deve nascondersi, la sua cascina offre molti nascondigli, in particolare una zona rocciosa, impervia, di difficile accesso, in basso verso il Belbo, sarà utile in molte occasioni

Con dei partigiani, Luigi scava una grotta,  poi nascondono con alberi abbattuti  l’apertura

Accoglierà per brevi periodi partigiani, una volta si nascosero in otto.

E’ difficile arrivarci, la zona è molto impervia e lontana dalle vie di comunicazione, sua sorella e sua madre provvedono comunque a cancellare le orme lasciate dai piedi dei fuggiaschi, poi spargono della naftalina per confondere i cani.

I tedeschi li usano per rastrellare i partigiani e i giovani renitenti alla leva.

Cossano Belbo – 1945

E’ finita la guerra, Luigi è tornato a lavoro in cascina, ma c’è tutto da ricostruire: vigneti vecchi e dissestati, stalla quasi vuota.

Si mette subito all’opera.

Per prima cosa occorre impiantare nuove giornate di vigna.

Nel duro inverno del ‘45 Luigi procedette allo scasso dei vigneti, tre giornate in alto verso la strada dei “ Soliti “.

Un lavoro faticoso, lungo e impegnativo ma necessario per il futuro della cascina.

Tutte le mattine, prima del levar del sole, accende la forgia, gira la ventola, il carbone rovente arroventa la punta del picco. Occorre temprarla perché affondi meglio nella dura terra.

Luigi procedette nei lavori da solo, va a fondo anche 120-150 centimetri, trova già a mezzo metro tufo bianco e azzurro, ma anche pietre e qualche strato di sabbioni.

Trova pure pochi centimetri di gesso.

Le pietre –che chiamavano lose – le mette da parte, serviranno per i muretti a sostegno dei vigneti.

Un giorno un viticoltore di Mango disse: “Il moscato migliore? Quello dei muretti, non c’è dubbio”.

I muretti a sostegno dei vigneti ripidi come non mai, l’uva prende tanta luce e sola.

Le pietre raccolgono il calore di giorno lo cedono di notte.

Muretti fatti con cura, eterni nella loro solidità.

In inverno le lose maturavano causa il gelo.

Il tufo invece diventa ogni tanto ottimo rifugio per un piccolo uccello della coda bianca.

In dialetto lo chiamavano “Coa bianca”

Scava con il becco appuntito una piccola apertura, poi prepara il nido all’interno, al riparo della terra.

Luigi alla sera a tavola, guarda i figli, una frugale cena, il cielo è sereno.

Su nella vigna c’è ancora molto lavoro.

Parte di nuovo, picco in spalla, parte per faticare per altre due ore, sotto la luna piena.

Al mattino il primo sole scalderà Luigi con il picco in mano.

Sovente porta con se la mula, ogni tanto bisogna spostare un vecchio carro di legno, è basso, le ruote sono piccole e non ha sponde; sul pianale di legno consumato dal tempo e dal lavoro si mettono tutte le pietre che si tolgono dalla terra.

E’ incredibile lo sforzo che riesce a sopportare l’animale, Luigi è molto affezionato alla sua mula.

Mette a dimora tre nuove giornate, tutte di moscato.

Ha scelto una qualità di uva che spera di vendere.

E’ sempre andato a vendere le sue uve a Canelli, partiva con i buoi e la navazza.

Mai da solo.

E’ una regola assoluta, seguita da tutti: c’ è in ballo un anno di duro lavoro.

Il mercato del moscato ha le sue regole.

In genere gli arbi con l’uva si fermano molte ore sulla piazza dell’Ala.

I mediatori non si vedono, al massimo salgono su qualche carro e poi buttano qualche grappolo di uva per terra imprecando.

“È brutta, è cattiva, non l’acquisterò mai”.

Ma è un copione.

Per pagare poco il moscato, per infondere nei contadini il terrore che resterà l’uva negli arbi e magari dovranno riportarla a casa.

Alla sera, prima del calar del sole si decidono.

Acquistano per Gancia e Riccadonna, per altre cantine, pagano contanti.

I contadini ritornano alle cascine, molti imprecano, è un copione che si ripete da tempo, “ sono troppi anni “dice qualcuno.

In gruppi risalgono la valle Belbo.

Il furto avviene di norma dopo Santo Stefano a prato Grimaldi, oppure al “giro del.

Trombone” tra Bubbio e Cassinasco.

La strada si restringe.

Il posto adatto per un agguato, per rapinare i soldi delle uve.

Per questo motivo non bisogna essere soli, è una regola.

Raccontano alcune storie su prato Grimaldi.

Una volta uno di Scorrone fu derubato, nella colluttazione riuscì a mordere il dito di un ladro.

Non vide la faccia, ma gli rimasero impresse altre sembianze.

Era uno piccolo, con le spalle larghe.

Un giorno il contadino derubato andò ad Alba all’osteria di Sinio in via Cuneo.

Vede un uomo, sembra il ladro.

Guarda subito il dito, è fasciato.

Lo blocca, chiede di vedere il dito.

Ne nasce una colluttazione, ma il ladro riuscì a scappare.

In Alba invece Luigi una volta ha sentito parlare di “ El Madonè “ e di come frego’ i ladri con i soldi delle uve.

Il fatto avvenne al ponte di Mabucco sulla strada che da Alba porta a Manera.

Una curva stretta sulla ripida strada, il posto adatto per una rapina.

“El Madonè” – lo chiamavano cosi’ perché tra i vari lavori riforniva candele e cera ai parroci di Langa- aveva venduto i dolcetti di una vigna che aveva tra Montelupo e Rodello.

A uno di Garessio, un certo Sciambra che acquistava molte uve nell’albese.

Dopo aver caricato l’uva, avvenne il pagamento, tutto in contanti.

I soldi li prende sua madre.

Li arrotola e li mette in un pezzo di stoffa nel corsetto.

Parte da sola, per Alba, prende una scorciatoia, arriva direttamente alla frazione Ricca passando per Case Cagnassi.

“El Madonè’” invece scende la strada statale ventinove, tranquillo va verso Alba.

Al ponte di Mabucco puntuale l‘agguato.

In tre si mettono davanti al Madonè, lo bloccano, minacciosi, hanno in mano lunghi coltelli.

“Dacci subito i soldi delle uve”.

El Madonè è spaventato, supplica, ho paura lasciatemi stare.

“I soldi, vogliamo i soldi delle uve, urlano “

“Tenete, tenete, non fatemi del male.”

Balbetta, il viso è solo espressione di paura e di angoscia, lancia il borsello con i soldi ai banditi.

L’afferrano con le mani lo schiacciarono – sentono lo spessore dei soldi.

“El Madonè” è gia scappato dalla paura, vola verso il Ricca, i banditi si dileguano nel bosco Castania.

Alla sera al bar Umberto in piazza Savona ad Alba tutti ridevano,  anche i giocatori di biliardo smisero di giocare.

Tutti intorno al “ Madonè”, elegante, in doppio petto e papillon, il miglior” sola” delle carte del cuneese.

Aveva elegantemente fregato tre ladri.

Al ciabot di Tolu in cima al bosco Castania, aprirono il grosso borsello.

C’era un pacchetto.

Dentro ben piegati dei fogli di giornale della stessa dimensione e pesi della banconote da dieci lire.

Bestemmiarono e imprecarono, poche ore prima delle risate degli avventori del bar Umberto in Alba.

Cossano Belbo – 1960

Ormai in molti chiamano Luigi, hanno bisogno del suo lavoro.

A Valdivilla, Mango, Neviglie, Camo, anche a Monforte ad innestare nebbiolo nella zona più vocata del Barolo.

Lo stimano per la professionalità, per la garanzia dell’attecchimento, Luigi non riesce ad accontentare tutti.

Il periodi di lavoro per gli innestatori è breve: da marzo a maggio all’incirca.

Occorre sfruttare il periodo di germogliamento della vite.

Luigi è appassionato del suo lavoro, da anni ha iniziato a raccogliere marze dei vitigni rari o in via di estinzione.

Spesso ne incontra nelle vigne durante il suo lavoro, talora le indicano gli stessi contadini.

Luigi preleva il legno, in seguito lo innesta a casa sua, con gli anni si è fatto un vigneto tutto per lui, verso il Vallone, pochi filari ma con viti tutte diverse.

Alla sera, Luigi si ferma nei filari, guarda le viti rare, osserva le foglie e tralci, le conta una per una: Brachetto presa nel Roero, dicono che sia diverso da quello acquese, oppure il Rossese o la Gamba di pernice, una qualità di uva dalla buccia molto spessa trovata per caso a Castagnole Lanze.

Luigi pensa a nomi a lui sconosciuti, rare varietà poco coltivate: Liseriet, Galletta, Rosa di Benevagenna, Nascetta, Tadone, Neirano, Neretta, Uva del metro

Cossano Belbo – 1987

Ha smesso, Luigi a settant’anni non fara’ più innesti.

La mano era ancora ferma, ma la fatica era troppa.

Non ha mai contato quanti innesti ha fatto in cinquanta anni di ininterrotto lavoro.

Mezzo milione, un milione di tagli, di marze attecchite, in molte colline di Langa.

Saldature e contatti perfetti, ottimi colli d’innesto nelle piante da frutta, ha usato poco mastice, o tela, o gomma, si è sempre fidato del legno che tagliava con le sue mani.

Ha eseguito innesti impossibili, ricorda un frutteto a Isola d’Asti, solo pere Williams su Cotogno, e’ andata bene.

E’ contento.

Sua nipote voleva una qualità di ciliegie particolari, molto precoci.

Portarono a Luigi il legno; con fatica si alzo’, andò dietro la cascina.

Usò per l’ultima volta il vecchio coltello con il manico consumato, con la lama ormai ridotta a un sottile filo.

Ricorda il giorno dell’acquisto, era il ferragosto del 1937, alla fiera di Cravanzana.

Glielo avevano raccomandato, infatti, ha sempre usato quello, lo ha mai cambiato, soprattutto non lo ha mai dato a nessuno, era troppo geloso, è stato il suo attrezzo di lavoro per tutte le stagioni.

Osserva il ciliegio.

Luigi innesta per l’ultima volta: è un gesto antico di millenni nei vigneti e nei frutteti di tutto il mondo, ma in quel momento appartiene solo a lui, lo ha ripetuto migliaia di volte, il taglio è perfetto, è come un artista che si sente sicuro nel plasmare la sua opera, è deciso, è orgoglioso.

Soprattutto è sicuro del risultato.

Il ciliegio attecchì.

Anche la sua vigna di specie rare rimase, anzi si ampliò.

Una coppia di giovani ristrutturò la cascina per avviare un agriturismo, inoltre incrementò le qualità di viti.

Ogni tanto portano i clienti a vedere la vecchia vigna del “Vallone “, molte viti hanno tre tralci di vecchio legno che partono praticamente da terra, si tratta di un antico metodo di potatura.

Un vigneto speciale, con molte qualita’ di uva, in autunno è interessante vedere tanti grappoli tutti diversi.

“E la vigna di Luigi “raccontano, ”era un grande innestatore”.

 

 

 

 

 

 

Info Lorenzo Tablino

Lorenzo Tablino è nato in Alba nel 1946. Coniugato, con 2 figli, si è diplomato enotecnico in Alba nel 1968. Dal 1969 al 2004 ha lavorato nelle cantine di Fontanafredda; attualmente svolge attività di consulente, con particolare riferimento ai temi legati alla qualità e immagine dei vini.

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