Il primo a parlarmene fu il prof. Roberto Macaluso, mio insegnante di viticoltura alla Scuola Enologica di Alba:
All’inizio degli anni ’80 ne avevo trovato alcune viti a Gorzegno, in valle Bormida.
In seguito, quando iniziai ad interessarmi della vicenda correlata all’inquinamento dell’Acna e del Re Sol, ben ricordo anziani viticoltori che lo citavano sempre nei loro tristi ricordi.
Un’uva autoctona che noi chiamiamo Liseriet bianco, vinificata soprattutto per uso famigliare.
Marco GattiC’era molto Liseriet, un’uva piccola e con buona acidità.
Paolo Crema
La scomparsa dei vigneti della val Bormida
Come è noto, la viticoltura della val Bormida era di ottimo livello, in particolare i Dolcetto di Torre Bormida e Gorzegno, coltivati anche sui terrazzamenti, ma fu messa in ginocchio dagli scarichi nel Bormida della fabbrica di Cengio. Di fatto scomparvero tutti o quasi i vigneti; del Liseriet rimasero poche viti qua e là.
Detta uva, chiamata anche Preverial, era coltivata in alcune valli alpine, Maira e Susa, nel Pinerolese e in valle Bormida. Chi scrive ne trovò anni fa alcune viti, in stato di palese abbandono, a Lottulo, un piccolo paese poco dopo Dronero.
Ma era un vitigno presente anche in molti Paesi europei, nel periodo prefillosserico.
D’altronde è uno dei vitigni più antichi d’Europa ed ha dato origine ad altrettanti vitigni celebri, tra i quali lo Chardonnay.
Le caratteristiche del Liseriet, dalla vite al vino
Ecco i caratteri della vite e dell’uva: foglie medie, grappolo medio cilindrico, acino a sfera non molto grande, buccia sottile, pertanto soggetta a marciume; fiorisce e matura precocemente, verso i primi giorni di settembre.
Adatto a luoghi freddi, buona produzione d’uva, con anche 5 grappoli per tralcio. Spesso era usata come uva da tavola.
Nel 2018 il Liseriet è stato iscritto nel Registro nazionale delle varietà di uve italiane.
Nel 2025 è autorizzata la coltivazione in Piemonte.Nell’ottobre 2025 risultano attivi vigneti per ha 2,43.
Il vino ottenuto ha un’ottima acidità tartarica e profumi mediamente intensi, con note fruttate. Questa caratteristica, ovvero l’attitudine nel conservare sempre una buona acidità fissa, fu presa in considerazione da alcuni enologi negli anni ’80 del secolo scorso.
Quando si pensò al Liseriet per il Moscato d’Asti
In alcuni casi, nel Moscato d’Asti si notava carenza di acidità, in particolare in alcune annate e in alcune zone delle province di Asti e Alessandria.
L’enol. Torrengo, direttore del Consorzio Tutela Asti, ne discusse con altri colleghi.
Si pensò di utilizzare il mosto di Liseriet, aggiungendolo al Moscato in piccola percentuale e in funzione acidificante.
Rimase soltanto un’idea: occorreva, questioni tecniche a parte, modificare il disciplinare di produzione.
Il Progetto Liseriet e la prima bottiglia nel 2027
Oggi è nato il Progetto Liseriet, sviluppato da un’associazione di produttori, con lo scopo di valorizzarlo e diffonderlo. Nel 2027 dovrebbe essere posta in commercio la prima bottiglia di Liseriet, ma in versione spumante.
Come è emerso in un interessante incontro a Bossolasco, in data 6 ottobre, dal titolo significativo: Liseriet, il ritorno del vitigno delle montagne.
Con interventi di Stefano Raimondi, ampelografo presso l’Università di Torino, Matteo Fenoglio, Associazione Produttori, Sergio Germano, promotore del progetto, e Sergio Miravalle, giornalista.
